Il rapporto tra strategia ed esecuzione nelle multinazionali tascabili italiane.

Il rapporto tra strategia ed esecuzione nelle ”multinazionali tascabili” italiane

Una disamina attraverso le tesi di Michael Porter e il caso Technogym. Il sistema produttivo italiano è spesso raccontato attraverso una doppia lente: da un lato la forza del Made in Italy, riconosciuto…

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Leggere l’esecuzione il ruolo dei modelli e dei case study nelle organizzazioni

Leggere l’esecuzione: il ruolo dei modelli e dei case study nelle organizzazioni

Introduzione Passando alla fase più empirica di questo filone, si può affermare che mettere realmente in esecuzione ciò che un’organizzazione ha dichiarato di voler fare rappresenta, sul piano operativo, una vera e propria…

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Dalla strategia all’esecuzione il rapporto tra leadership, organizzazione e coerenza operativa

Dalla strategia all’esecuzione: il rapporto tra leadership, organizzazione e coerenza operativa

1.Tradurre la strategia in priorità leggibili Tradurre una strategia in priorità leggibili significa, prima di tutto, avere piena consapevolezza del contesto in cui si opera. Nessuna strategia può dirsi realmente solida se non…

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Dalla strategia all’esecuzione come obiettivi, messaggi e comportamenti si perdono dentro le aziende

Dalla strategia all’esecuzione: come obiettivi, messaggi e comportamenti si perdono dentro le aziende

Introduzione In un contesto in cui la velocità di esecuzione è diventata una variabile decisiva, anticipare gli eventi non è più un vantaggio accessorio, ma una condizione essenziale per restare competitivi. In un…

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Sostenibilità, ambiente e diritti umani il falso mito del costo per le imprese

Sostenibilità, ambiente e diritti umani: il falso mito del costo per le imprese

Nel dibattito economico degli ultimi anni, sostenibilità ambientale e diritti umani vengono spesso descritti come un costo per le imprese. Secondo questa visione, investire in controlli, procedure, responsabilità sociale e rendicontazione degli impatti…

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Ogni giorno sentiamo parlare sempre più spesso di “start-up”, di “innovazione”, di una continua ricerca a ciò che ancora non c’è o che può essere realizzato in modo diverso. Ma cosa significa davvero? Cos’è una start-up? E quali sono i primi passi per costruirne una innovativa? Ne parliamo con Maria Pia Napoletano, laureata in economia aziendale con focus su start-up ed incubatori, attivista e da sempre impegnata nel sociale. In questa intervista ci racconta il suo percorso, la sua passione per l’innovazione e offre dei consigli preziosi sul mondo delle start-up oggi. Buona lettura! 1. Maria Pia, raccontaci in breve il tuo percorso: come sei arrivata ad occuparti di comunicazione? Non è stato un percorso intuitivo: ho studiato economia aziendale, con un focus sulle start-up ed incubatori, e nel mio percorso accademico non ho mai pensato di lavorare sul tema della comunicazione, né ho particolarmente amato i social. Parallelamente al mio percorso di studi, sono però sempre stata attiva nel terzo settore, e nel lavoro con i giovani. Ogni attività di volontariato ha bisogno di raggiungere nuove persone, e ogni evento deve essere condiviso e comunicato – e così mi sono avvicinata alla comunicazione, ed ora sono ben cinque anni che lavoro in un progetto che si occupa di comunicazione istituzionale, che parte dalla Commissione Europea. 2. Quali esperienze ti hanno maggiormente formata nel comprendere il valore della collaborazione e dell’innovazione nel mondo giovanile? Sono tantissime le cose belle e d’impatto che ho avuto la fortuna ed il piacere di fare, ma ne ricordo una che è stata particolarmente significativa. Nel 2017, ho partecipato come delegata giovanile al World Democracy Forum, organizzato dal Consiglio d’Europa a Strasburgo. L’evento includeva circa 50 giovani da tutta Europa, e lì ho conosciuto delle persone straordinarie, che stavano (e stanno) davvero cambiando il mondo. Dalle prime conversazioni con loro è emerso quanto la collaborazione sia fondamentale per creare un cambiamento significativo: da sole si fa poco, ma unendosi si crea cambiamento di sistema, che è quello che ha impatto nel lungo termine. 3. Sappiamo che sei un’appassionata di innovazione e start-up: da dove nasce il tuo interesse per queste tematiche? Nel 2020 ho cominciato a lavorare in 012Factory, un incubatore certificato a Caserta. Lì ho scoperto di più sul mondo delle start-up, che avevo già studiato all’Università, e ho incontrato decine di start-upper, persone entusiaste di realizzare la propria idea ed alla ricerca di supporto per capire come creare la propria impresa da zero. Il settore delle start-up è dinamico e pieno di persone appassionate, ed una volta entrati è difficile uscirne! 4. Nel linguaggio comune si parla spesso di “start-up” in modo molto ampio e generico. Come la definiresti tu, da esperta di comunicazione? La start-up è una azienda neonata, che è nella sua prima fase di vita (da questo il termine inglese che ora viene usato anche nel settore della ricerca e del giornalismo). Quando ne parliamo in Italia, ci riferiamo spesso alla start-up innovativa, che si contraddistingue per un importante contenuto tecnologico. E per questo vediamo molto spesso start-up nascere nel settore dell’ingegneria, marketing, IA o farmaceutico, tutte industrie che lavorano molto o esclusivamente con l’innovazione tecnologica. 5. Quali sono secondo te gli elementi fondamentali che distinguono una vera start-up innovativa da una nuova impresa intesa come ‘’tradizionale’’? Il punto centrale è sicuramente l’idea, che deve essere significativamente diversa da ciò che già esiste sul mercato. Una delle prime domande di investitori e consulenti è proprio questa: come si differenzia il tuo prodotto o servizio da quelli già esistenti sul mercato? Se non c’è la risposta a questa domanda, allora non parliamo di una start-up innovativa, ma solo di un’impresa neonata. 6. Se dovessi spiegare a un giovane da dove iniziare, quali sarebbero i primi tre passi concreti da compiere per avviare una start-up? Il primo è sicuramente definire bene la propria idea, prodotto o servizio. Non c’è bisogno di farlo da sole o soli: ci sono moltissimi enti (come gli incubatori, ma anche le università) che offrono supporto gratuito per lo sviluppo di nuove idee imprenditoriali. Una volta definita l’idea, consiglierei di cercare supporto e costruire la propria rete, interfacciandosi anche con altri giovani che fanno impresa, leggendo storie, capendo il settore nel quale ci si vuole inserire. Ed il terzo è cercare persone alleate, che possano lavorare all’idea. Un’impresa non si fa da sole: c’è bisogno di supporto, persone che si occupino di altri aspetti e che siano lì per lavorare insieme nei momenti più intensi (e sono tanti!) 7. Quanto conta oggi avere una propria rete di contatti e delle competenze trasversali per costruire con successo un progetto imprenditoriale? Quali consigli daresti a un giovane che desidera ampliare il proprio network? Moltissimo: bisogna da subito cercare eventi di settore, partecipare e creare rete, in modo strutturato e metodico, non dimenticandosi di fare follow-up e di cercare di rimanere nella mente delle persone che abbiamo incontrato. 8. In che modo la comunicazione — interna ed esterna — può determinare la crescita o il fallimento di una start-up? Come in ogni settore, la storia che racconta la nascita di un progetto imprenditoriale può significare ottenere un finanziamento, o non ottenerlo. È importantissimo spiegare bene il perché serva un certo prodotto o servizio, e non essere autoreferenziali. La comunicazione interna è un altro punto centrale: la start-up è un ecosistema delicato e si lavora ad alta intensità. Per questo motivo, ruoli e task devono essere sempre ben definiti, così come i bisogni di ogni persona, e la disponibilità e “boundaries” di ognuno. 9. Ci sono strumenti o programmi europei che ritieni particolarmente utili per i giovani imprenditori? Si, il programma Erasmus per giovani imprenditori è un’opportunità straordinaria per fare esperienza all’estero: è un programma di scambio transfrontaliero che offre ai nuovi o aspiranti imprenditori l’opportunità di imparare i segreti del mestiere da professionisti già affermati che gestiscono piccole o medie imprese in un altro paese partecipante al programma. Si può andare in tutto il mondo, e c’è un supporto finanziario messo a disposizione dall’UE. 10. Dal tuo punto di vista, quali sono i principali errori che i giovani commettono quando tentano di avviare un’azienda? Aspettare subito o a breve supporto statale: è molto più conveniente cercarlo da privati. 11. Come credi che evolverà il concetto di start-up nel contesto europeo nei prossimi 5–10 anni? Dipenderà molto dalle strategie per l’innovazione, che non sono chiarissime. Non penso cambierà il concetto di start-up, ma la tipologia di imprese che strategicamente si vuole far crescere. 12. Pensi che il modello delle start-up possa avere un impatto positivo anche sulla coesione sociale e la partecipazione civica? In che modo? Dipende: quando parliamo di imprese sociali, sicuramente, penso ad esempi come Too Good to Go o Palumba.eu. È più difficile vedere l’impatto sociale dell’innovazione tecnologica, anche perché le start-up sono imprese piccole che spesso falliscono, quindi si può fare questa riflessione solo quando le start-up diventano scale-up. 13. C’è un progetto o una storia di start-up che ti ha particolarmente colpita nel tuo lavoro? La storia di Sidereus, che ho conosciuto da vicino nelle prime fasi. Mattia, il founder, è stato ospite anche al TEDx che ho organizzato nel 2019! 14. Se potessi dare un solo consiglio a un giovane che sogna di avviare una start-up oggi, quale sarebbe? Non pensare alla fine ma al processo: fare start-up è il modo migliore di imparare – e tutto sarà facilissimo dopo! 15. E infine, qual è la tua definizione personale di successo? Lavorare con persone con cui condividiamo valori e vedere i risultati del lavoro su altre persone (nel mio caso, giovani da tutta Europa). Per me poter fare un lavoro che crea connessioni e comunità è il più grande successo e privilegio.

Start-up e innovazione: intervista a Maria Pia Napoletano

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