Tra ecologia, antispecismo e giustizia intersezionale: la visione di Aliceful

Tra ecologia, antispecismo e giustizia intersezionale: la visione di aliceful

In un panorama in cui la sostenibilità è spesso ridotta a slogan o a scelte individuali di consumo, la voce di Alice Pomiato, conosciuta online come aliceful, si distingue per profondità e chiarezza. Come comunicatrice, Alice ha scelto di mettere la sua esperienza professionale nel marketing al servizio della divulgazione ambientale e sociale, raccontando come la crisi climatica e le questioni ecologiche siano parte di un problema più ampio.

In questa intervista parliamo con lei del legame tra ecologia, giustizia sociale, intersezionale e ambientale, di antispecismo e veganismo come pratiche politiche, del ruolo delle comunità e delle nuove generazioni nella transizione ecologica. Un dialogo che intreccia scelte personali e riflessioni collettive, mostrando come il cambiamento culturale parta sempre da uno sguardo diverso sul mondo.

Intervista a cura di Gabriele Turco

Parto con una domanda introduttiva: come nasce il progetto aliceful? Cosa ti ha spinto ad aprire questo spazio di divulgazione?

La storia è un po’ lunga. Io avevo studiato comunicazione e marketing e lavoravo come digital strategist in un’agenzia. Mi piaceva molto il mio lavoro, ma quando nel 2017–2018 sono esplosi i movimenti climatici, come Fridays for Future, mi sono appassionata alla causa ambientale e ho iniziato a chiedermi: che ruolo ho io durante una crisi climatica? Cosa sto facendo, anche attraverso il mio lavoro?
La maggior parte del nostro tempo la passiamo a lavorare: quindi, sto avendo un impatto positivo con quello che faccio? La risposta, guardando le aziende per cui lavoravo, era: no, non producevano beni o servizi davvero utili e non sposavano cause ambientali o sociali. Mi sono sentita molto sola, senza strumenti e alternative. Così ho mollato tutto e sono partita per tre anni in giro per il mondo, con l’idea che, se la crisi climatica è così grave, allora volevo vedere il pianeta com’era, finché era possibile ricordarlo.

A un certo punto, però, ho iniziato a sentire la mancanza del mio lavoro. La comunicazione e il marketing mi erano sempre piaciuti, ma non mi piaceva farli per le realtà sbagliate. Così ho intrapreso un percorso con una figura che oggi chiameremmo life coach (anche se all’inizio non mi ispirava molta fiducia). È stata un’esperienza dura e dolorosa, che mi ha “destrutturata” e costretta a pormi domande che non mi ero mai fatta. Al termine di questo percorso ho capito che volevo continuare a fare comunicazione e marketing, ma al servizio di cause diverse: per raccontare realtà interessanti, sostenibili, divulgare stili di vita alternativi e mostrare che un modo diverso di stare al mondo è possibile.

Così, a novembre 2020, ho inaugurato il canale Instagram, iniziando a condividere il mio percorso personale.

Hai sempre avuto questa visione intersezionale della sostenibilità o ci sei arrivata nel tempo?

Assolutamente no, non l’ho avuta da subito. È stato un percorso lungo cinque anni. Espormi online mi ha permesso di conoscere tante persone con punti di vista diversi: attivisti, femministe intersezionali, realtà che altrimenti non avrei mai incontrato. Questo ha fatto evolvere la mia coscienza, la mia persona e la mia professionalità.

Inizialmente pensavo, con tutte le buone intenzioni, che una persona potesse cambiare il mondo modificando i propri consumi. Poi mi sono resa conto che la crisi climatica non è il problema, ma la conseguenza di un modello economico e politico distorto. Il problema è sistemico, tutto è collegato: è come una rete della vita, un disegno complesso e affascinante che non si può ridurre a singole parti.

Per questo gli argomenti sono inesauribili: si può parlare all’infinito di ambiente, sociale, giustizia climatica, perché c’è tantissimo da approfondire. E per me, che mi annoio facilmente, è stata la scoperta di un mondo che non smette mai di stimolare. Sono entrata davvero in un “buco del Bianconiglio” – da brava Alice – e oggi lavoro con passione per esplorarlo e raccontarlo.

Le persone tendono a vedere la sostenibilità come qualcosa di puramente ambientale. Ma, come hai spiegato, l’ecologia è in realtà un intreccio complesso di temi economici, politici, sociali e di potere. Parlare di sostenibilità in questi termini può sembrare una scelta radicale. Tu però mi dicevi che non la consideri tale: è davvero così?

In realtà sì, è una scelta radicale e viene percepita come estrema, se la confrontiamo con la “normalità” dell’Occidente di oggi. Pensarla e comunicarla come faccio io non è comune, quindi appare radicale. Ma per me non lo è affatto: siamo noi ad aver costruito una società che educa a non pensare.

Invece dovremmo riconoscere che siamo parte di un disegno molto più grande, che abbiamo diritti e doveri, e che la nostra missione comune è fare il meglio possibile per noi stessi, per chi ci è vicino e per chi verrà dopo di noi. Questo significa avere una coscienza ecologica, una mentalità rigenerativa.

Noi dipendiamo dalla qualità dell’aria, dell’acqua, dei suoli fertili, dall’equilibrio degli ecosistemi e delle catene alimentari. Eppure, come specie, abbiamo avuto un impatto devastante: distruggiamo habitat, cancelliamo interi ecosistemi, provochiamo effetti domino che non siamo nemmeno in grado di prevedere.

La cosa assurda è che poniamo l’ambiente come ultima preoccupazione, mentre dovrebbe essere la prima. Questo mi fa arrabbiare, perché il problema è proprio che non ne parliamo, soprattutto con le nuove generazioni.

Stiamo crescendo adulti che non sanno come funziona il mondo: ignorano i cicli del carbonio, dell’acqua, e i meccanismi fondamentali della vita intorno a noi. Abbiamo inventato un sistema economico che opera come se fosse fuori dal contesto naturale da cui dipende: è una follia.

La questione ambientale riguarda tutto: le città, la mobilità, l’energia, il cibo, i vestiti, la cittadinanza attiva o passiva, la cultura, i consumi, l’uso del denaro. La sostenibilità riguarda ogni aspetto della nostra vita, eppure ci comportiamo come se fosse qualcosa di cui potremo occuparci un giorno, o quando sarà troppo tardi.

In che modo la crisi ecologica è legata alle disuguaglianze sociali, economiche e culturali?

I nostri modelli di produzione e consumo sono completamente scollegati dalle risorse da cui dipendono. Per produrre a ritmi esorbitanti, a velocità incredibili e generare scarti, servono suolo, energia, acqua, materie prime. Tutto questo viene depredato, e il più delle volte lontano dai nostri occhi.

Abbiamo reso invisibili i processi di produzione: negli ultimi venti o trent’anni li abbiamo delocalizzati quasi completamente. Energia da oil & gas, allevamenti intensivi, miniere, agricoltura intensiva, fabbriche del fast fashion: tutto avviene soprattutto nel Sud del mondo, in territori che abbiamo colonizzato e di cui continuiamo ad appropriarci. Questo approccio ha distrutto non solo i loro territori, ma anche i nostri. Ha generato disuguaglianze sociali ed economiche enormi, di cui ancora oggi non abbiamo piena consapevolezza.

Parliamo ora di antispecismo e veganesimo, in particolare del loro ruolo nella visione di giustizia ecologica. Quando e perché hai deciso di abbracciare il veganismo? È stato un processo graduale? E in che modo le scelte alimentari individuali possono avere un impatto politico e collettivo?

Parto da una precisazione: preferisco parlare di veganismo e non di veganesimo, perché quest’ultimo termine mi ricorda più una setta religiosa, mentre veganismo risuona meglio come pratica.

Io ho iniziato ad avvicinarmi al veganismo parallelamente alla nascita dei movimenti climatici. Mi sono interessata agli impatti ambientali degli allevamenti: leggevo libri, guardavo documentari, e quello che vedevo mi provocava vergogna e ribrezzo. Non avevo mai riflettuto, per esempio, sul fatto che per ottenere latte da una mucca bisogna ingravidarla forzatamente e separarla dal vitello. Non avevo mai pensato alla quantità incredibile di animali sfruttati e agli impatti ambientali connessi.

Ci indigniamo per lo spreco alimentare, ma il più grande spreco sta a monte: usare le risorse del pianeta per ingrassare animali che poi mangiamo. Quindi per me la questione è partita dall’ambiente, ma non potevo restare indifferente alla dimensione etica: mi chiedevo se sarei mai stata capace di infliggere quelle atrocità a un altro animale, e la risposta era sempre no. Eppure continuavo a mangiarli.

Ma più studiavo, più capivo che stavo solo cercando giustificazioni per esercitare dominio su altre specie. E allora mi sono detta: perché devo cercare scuse per sfruttare altri esseri senzienti?

Per me questo cambio di prospettiva è fondamentale: non si può parlare seriamente di ecologia senza affrontare anche questo tema. È una transizione culturale, di abitudini, di mentalità, e richiede tempo. Ma è imprescindibile: la seconda causa degli impatti ambientali, dopo i combustibili fossili, è l’allevamento intensivo.

Avere rispetto per la vita altrui è per me un principio irrinunciabile.
Per chiarire:

  • Specismo significa classificare e gerarchizzare le specie animali, decidendo che alcune — come cani e gatti — sono parte della famiglia, mentre altre — come polli, mucche, maiali — possono essere sfruttate, manipolate geneticamente, fatte vivere in condizioni orribili ed eliminate a milioni senza che nessuno protesti.
  • Antispecismo è riconoscere che questa è una forma di oppressione e cercare di distanziarsene ovunque sia possibile e praticabile.
  • Veganismo è la pratica di questo pensiero: tradurre la consapevolezza etica nelle scelte quotidiane, soprattutto alimentari, dato che la maggior parte degli animali viene sfruttata a fini alimentari (anche se esistono altri ambiti, come la forza lavoro, i circhi, la caccia, gli acquari).

Io ci ho messo quattro anni per passare dal momento in cui ho iniziato a riflettere a quando ho preso la decisione di non voler più essere associata a questa forma di sfruttamento. È stato un cambiamento graduale: imparare a fare la spesa in modo diverso, nutrirmi diversamente, riorganizzare le abitudini.

Oggi il veganismo per me è diventato normalità. Non lo percepisco più come qualcosa di “radicale” o “sovversivo”: è semplicemente la mia quotidianità. Ma quando faccio divulgazione devo ricordarmi che, per molte persone, questo cambio di prospettiva è ancora percepito come qualcosa di estremo o rivoluzionario.

Credo che i movimenti più radicali debbano esistere, perché sono come fari nella notte: ti indicano una direzione, ti mostrano una possibilità a lungo termine. Ti ricordano che l’asticella può sempre essere alzata, che il pensiero può andare oltre ciò che riusciamo a immaginare nel presente.

Allo stesso tempo, però, dobbiamo riconoscere che le persone sono diverse, “biodiverse”: c’è chi fatica a modificare le proprie abitudini, chi procede lentamente. Anche piccoli cambiamenti, per queste persone, rappresentano enormi progressi.

Per questo motivo, misurare gli altri in base alle nostre stesse aspettative non ha senso. Già il fatto che qualcuno inizi a mettere in discussione una parte della propria vita è un grande passo avanti.

L’accusa di moralismo o incoerenza non porta da nessuna parte. Io stessa, all’inizio del mio percorso, sono caduta in questa trappola. Quando sono diventata vegana ho avuto un “click” molto forte, che ha generato in me anche rabbia: mi chiedevo come avessi potuto essere cieca per così tanto tempo. Ero arrabbiata e volevo che tutti vedessero quello che vedevo io. Mi chiedevo: “Ma come fate a non arrabbiarvi anche voi? A non voler cambiare tutto?”.

Poi ho capito che non posso proiettare sugli altri le mie emozioni e le mie scoperte. Le persone fanno i cambiamenti quando sono pronte e nei modi che riescono a sostenere.

Quindi, da un lato è giusto che esista la parte più radicale, che non vuole scendere a compromessi né “addolcire” il discorso su veganismo e antispecismo. Ma dall’altro, dobbiamo riconoscere che anche questa diversità di approcci fa parte della biodiversità umana: ci sono molti modi diversi di vivere e interpretare lo stesso impegno.

Siamo quasi alla fine del nostro tempo, quindi vorrei chiederti: come spiegheresti il concetto di “giustizia intersezionale” a chi non ha familiarità con il termine? E perché è importante includere l’intersezionalità nel discorso ecologico? 

L’intersezionalità è un concetto cruciale. È stato coniato nel 1987 da una ricercatrice femminista, che descriveva una sorta di “ruota del potere e del privilegio”. Al centro di questa ruota c’è il potere, e man mano che ci si allontana dal centro si incontrano i gruppi marginalizzati, secondo le logiche della nostra egemonia culturale.

Sono marginalizzate le persone con un colore della pelle diverso dal dominante, chi non parla la lingua maggioritaria, chi non ha uno status sociale elevato, chi non ha avuto il privilegio di un’istruzione o di una casa, chi vive con disabilità fisiche o cognitive, chi cresce in contesti disfunzionali.

Chi è nato “nella parte giusta del mondo” e con più risorse ha quindi un dovere: usare quel privilegio a beneficio degli altri. Chi invece non ha accesso a queste risorse, si trova escluso da considerazioni economiche, sanitarie e sociali, diventa invisibile, sfruttabile, schiavizzabile. È gente che lavora in nero, che vive senza tutele, con salute mentale e fisica compromessa.

Ecco perché è impossibile parlare di ambiente senza parlare di intersezionalità: è tutto collegato, e la complessità è inevitabile.

Guardiamo adesso al futuro. Qual è il cambiamento culturale di cui abbiamo più bisogno oggi? Che ruolo possono avere le giovani generazioni nella transizione ecologica e sociale, che vanno di pari passo? E quali sono le tue speranze e timori per il futuro?

Credo che sia fondamentale accompagnare le nuove generazioni a riappropriarsi dei loro diritti, doveri e poteri. Il rischio è che diventino estremamente passive, convinte che “tanto lì fuori tutto accade da sé” e che “io non posso farci nulla”.

Vorrei invece una generazione che si assumesse la responsabilità di fare il meglio possibile per sé, per le proprie ambizioni, per i luoghi in cui vive e opera. Una transizione culturale deve partire dall’individuo, ma va alimentata dalla scuola, dalla famiglia, dalle istituzioni. Serve formare persone con pensiero critico, coscienza critica, intelligenza emotiva. In questo senso è necessaria una rivoluzione degli istituti che trasmettono sapere.

Questa transizione deve essere intergenerazionale. Mi irrita sentire le generazioni più anziane dire: “Questa è roba vostra, ci dovete pensare voi”. Chi è venuto prima ha la propria responsabilità. Hanno vissuto esperienze di cambiamento, come il ’68, e devono fare questo percorso insieme a noi, non scaricarci addosso la “patata bollente”. È un lavoro di gruppo, che deve avvenire a più livelli: istituzionale, politico, economico, culturale, individuale e collettivo.

Per me, questo lavoro di gruppo è anche nutriente: io stessa ricevo energia dall’attivismo. Quando partecipo a riunioni, propongo iniziative, creo connessioni, costruisco rapporti, questo mi nutre. Per questo penso che il contrario del capitalismo sia la comunità: la comunità ti dà forza, ti sostiene.

Mi spaventa che le nuove generazioni non abbiano visto passaggi fondamentali, come dall’analogico al digitale, e non sappiano cosa significhi comunità o contatto con la terra. Se non conosci qualcosa, non puoi amarla né lottare per difenderla.

Mi fa paura la deriva verso l’iper-tecnologia. Io sono una fan della tecnologia quando è al servizio delle comunità e del bene comune. Ma quando diventa uno strumento di controllo, di estrazione dati, di manipolazione, parliamo di “tecno-feudalesimo”. Questo mi preoccupa.

E mi fa male vedere che le nuove generazioni vengano spinte tutte verso il digitale — coding, intelligenza artificiale — mentre il mestiere più essenziale del mondo, coltivare cibo e mantenere fertile la terra per il futuro, viene ignorato. Così si rischia di crescere persone che non sanno più collegare il loro lavoro a bisogni vitali come il cibo, l’aria, la salute.

Io provo a contrastare questa deriva anche tramite i social, mostrando le mie scelte: andare a vivere in un’area rurale, comprare un pezzo di terra, coltivare il mio cibo, costruire un rapporto con la natura. Il personale è politico: attraverso l’esempio concreto si può mostrare che vivere in modo diverso è possibile.

Certo, a volte spaventa. Molti mi dicono: “Ammiriamo quello che fai, ma non sappiamo da dove iniziare”. E questo mi preoccupa, perché significa che stiamo crescendo persone lontane anni luce da queste logiche, incapaci perfino di immaginare alternative.

Concludiamo con un’ultima domanda. Se potessi dare un consiglio a un giovane che vuole iniziare a interessarsi di questi temi e intraprendere un percorso di cambiamento, quale sarebbe?

Il mio consiglio è: smetti di pensarti come individuo isolato e ricomincia a far parte della tua comunità.

Partecipa ad associazioni, enti, comitati, partiti. Mettiti in gioco, parla con altre persone. Non raccontarti che non hai tempo: due ore al mese si trovano sempre. Dedicale a qualcosa che non riguardi solo te, ma che vada oltre te.

Scegli un impegno che senti vicino, che ti chiami, e fai in modo di dare il tuo contributo. Vedrai che questo, nel tempo, ti nutrirà. È come coltivare: metti un seme, lo curi, e prima o poi raccoglierai un frutto — o forse lo raccoglierà qualcun altro. Ma quel seme avrà dato vita a qualcosa.

Gabriele Turco

Gabriele Turco è appassionato, auditor e consulente in sostenibilità e cambiamento climatico. Si occupa di supporto ESG (Environmental, Social, Governance), audit e sistemi di gestione, con un’attenzione particolare ai diritti dei lavoratori e alla responsabilità sociale d’impresa. Crede in un cambiamento concreto, partecipato e giusto per tutte e tutti.

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