Sostenibilità, ambiente e diritti umani: il falso mito del costo per le imprese

Sostenibilità, ambiente e diritti umani il falso mito del costo per le imprese

Nel dibattito economico degli ultimi anni, sostenibilità ambientale e diritti umani vengono spesso descritti come un costo per le imprese. Secondo questa visione, investire in controlli, procedure, responsabilità sociale e rendicontazione degli impatti ESG (ambientali, sociali e di governance) renderebbe le aziende meno competitive, soprattutto in un contesto di incertezza economica e pressione sui margini.

Questa narrazione però non è supportata dai dati. Studi recenti mostrano che la gestione strutturata dei rischi ambientali e sociali, attraverso processi di due diligence, non solo non penalizza le imprese, ma può rafforzarne la solidità economica e finanziaria. La sostenibilità, in questa prospettiva, non è un “di più”, ma una parte integrante della gestione del rischio e della strategia d’impresa.

L’obiettivo di questo articolo è sfatare il falso mito della sostenibilità come puro costo, analizzando il legame tra due diligence su ambiente e diritti umani, performance economiche e rischio finanziario, sulla base di evidenze provenienti da istituzioni internazionali, operatori finanziari e mondo imprenditoriale.

1. Competitività e diritti umani: un falso conflitto

L’idea che il rispetto dei diritti umani renda le imprese meno competitive è al centro di un recente report congiunto della World Benchmarking Alliance e del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). Lo studio analizza 235 grandi imprese globali e ne osserva l’andamento economico nel tempo, confrontando le performance finanziarie con il livello di impegno sui diritti umani.1

Il risultato è chiaro: non emerge alcuna evidenza di un peggioramento delle performance economiche nelle imprese che rafforzano politiche e processi di due diligence. Indicatori come la redditività degli attivi (ROA) e la valutazione di mercato mostrano andamenti neutrali o positivi. In altre parole, investire nella gestione dei diritti umani non solo non “punisce” le imprese dal punto di vista finanziario, ma fa emergere un miglioramento nell’efficienza degli asset aziendali.2

Inoltre, le aziende più avanzate risultano spesso più preparate a gestire crisi operative, interruzioni di filiera e rischi reputazionali, tutti fattori che incidono direttamente sulla continuità del business.3 Il presunto conflitto tra competitività e diritti umani appare quindi più come un luogo comune che come una realtà dimostrata dai dati.

2. La due diligence riduce i rischi (e i costi nascosti)

La due diligence su ambiente e diritti umani serve a individuare e prevenire problemi prima che diventino danni economici. Violazioni ambientali, sfruttamento del lavoro o incidenti lungo la catena di fornitura possono generare costi molto elevati, spesso non immediatamente visibili: sanzioni, risarcimenti, cause legali, perdita di clienti, esclusione da mercati regolamentati.

Le guide operative rivolte alle imprese sottolineano proprio questo aspetto. L’Organizzazione internazionale dei datori di lavoro (International Organization of Employers – IOE) ha realizzato una guida pratica che descrive la due diligence come uno strumento di gestione preventiva del rischio, da integrare nei processi aziendali esistenti, come acquisti, gestione fornitori e controllo qualità.4 L’obiettivo non è moltiplicare la burocrazia, ma concentrare le risorse dove i rischi sono più gravi e più probabili.

Un esempio concreto riguarda il lavoro forzato. Secondo un’altra guida, un lavoro congiunto della già citata IOE e dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro),5 nel mondo si stimano 27,6 milioni di persone in condizioni di lavoro forzato, con 236 miliardi di dollari di profitti illegali generati ogni anno.6 Per le imprese, questo si traduce in un rischio reale: sequestri doganali, rescissione di contratti, azioni legali e danni reputazionali. Prevenire questi rischi costa, ma non prevenirli può costare molto di più.

3. ESG, rischio di credito e di default: cosa dicono i numeri

Il legame tra sostenibilità e finanza emerge con particolare chiarezza dal punto di vista del credito. L’ESG Outlook 2025 di CRIF analizza migliaia di imprese e mostra che quelle con una migliore gestione dei fattori ESG presentano un rischio di credito più basso e una minore probabilità di default.7 I risultati mostrano differenze molto nette. Le imprese con adeguatezza ESG molto alta presentano tassi di default significativamente inferiori alla media: nel 2024, i finanziamenti associati alle aziende con il miglior punteggio ESG registrano un tasso di default inferiore del 25% rispetto alla media complessiva (–29% nel 2023).8 La relazione è ancora più evidente se si considerano i nuovi finanziamenti: per le imprese con adeguatezza ESG molto alta, il tasso di default risulta inferiore del 31% rispetto alla media nel 2024 (–34% nel 2023).9

All’estremo opposto, le imprese con punteggi ESG più bassi mostrano una rischiosità maggiore. In particolare, a parità di score creditizio, il passaggio da un profilo ESG “alto” a uno “basso” può comportare un aumento del tasso di default fino al 70%, soprattutto nelle classi di rischio creditizio medio e medio-basso.10 Questo significa che, anche a parità di condizioni economico-finanziarie tradizionali, la qualità della gestione ESG incide in modo rilevante sulla probabilità di insolvenza.

In termini semplici, le imprese che gestiscono meglio i rischi ambientali e sociali tendono a essere più stabili dal punto di vista finanziario. Questo influisce direttamente sulle valutazioni delle banche, sulle condizioni di accesso al credito e, nel medio periodo, sul costo del capitale. La sostenibilità diventa così un fattore concreto nelle decisioni finanziarie, non solo un elemento reputazionale.11

Questi dati aiutano a comprendere perché investitori e istituti di credito richiedano sempre più informazioni sulla gestione ESG delle imprese: non per ragioni “etiche”, ma perché tali informazioni migliorano la valutazione del rischio economico e la qualità delle decisioni di allocazione del capitale.12

4. Il punto di vista delle banche: perché i dati ESG sono essenziali

Il ruolo delle informazioni ESG è stato ribadito anche dalla Banca Centrale Europea. Nel suo parere sulle modifiche agli obblighi di rendicontazione e due diligence (il cosiddetto pacchetto Omnibus), la BCE ha evidenziato che una riduzione della quantità e qualità dei dati ESG disponibili può aumentare i rischi per il sistema bancario europeo.13

Secondo la BCE, senza dati affidabili su emissioni, rischi ambientali e impatti sociali, le banche fanno più fatica a valutare correttamente il rischio delle imprese finanziate. Questo può portare a una cattiva allocazione del capitale e a una maggiore vulnerabilità del sistema finanziario nel suo complesso.14

In questa prospettiva, la sostenibilità non è solo una questione aziendale, ma un’infrastruttura informativa essenziale per il funzionamento dei mercati finanziari.

5. Imprese, associazioni datoriali e consulenza: un approccio pragmatico

Un segnale importante arriva dal mondo imprenditoriale stesso. Le già citate guide, ossia la Guida pratica step-by-step della IOE, e la Guida al contrasto del lavoro forzato realizzata congiuntamente da IOE e ILO, non presentano la due diligence come un esercizio teorico, ma come una pratica gestionale concreta, adatta anche alle piccole e medie imprese, e centrale nell’affrontare rischi aziendali e costi imprevisti e promuovere produttività e competitività.15 Checklist, esempi pratici e casi reali mostrano ad imprese di ogni dimensione come integrare la gestione dei rischi sociali e ambientali senza stravolgere l’organizzazione aziendale, con sforzi e costi minimi.16

Anche il mondo della consulenza e dei servizi professionali per le imprese va nella stessa direzione. Il report Future of Supply Chain di KPMG evidenzia come la resilienza delle catene di fornitura sia sempre più legata alla capacità di gestire rischi ambientali e sociali, riducendo interruzioni operative e costi imprevisti. In un contesto di shock climatici, geopolitici e logistici, la due diligence diventa uno strumento di stabilità economica.17

6. Omnibus e futuro della sostenibilità: rallentamento o opportunità?

La proposta Omnibus approvata a dicembre 2025 riflette una fase di ripensamento politico, in cui la sostenibilità è stata talvolta vista come un rischio per la competitività europea.18 19

Tuttavia, questo rallentamento non cambia la traiettoria di lungo periodo. Secondo un’analisi di ESG Book, il numero di normative ESG a livello globale è aumentato del 155% dal 2011, con l’introduzione di 1.255 nuove regolazioni nel periodo considerato.20 Questo dato indica che la sostenibilità non è una moda passeggera, ma una tendenza strutturale dei mercati globali.

In questo scenario, le imprese che investono oggi in due diligence e sistemi di gestione non stanno semplicemente assorbendo un costo, ma stanno costruendo competenze e processi che potranno diventare un vantaggio competitivo nel medio e lungo periodo.

Conclusioni

I dati disponibili mostrano che la sostenibilità non è un costo inevitabile per le imprese, ma uno strumento di gestione del rischio e di rafforzamento della solidità economica. La due diligence su ambiente e diritti umani contribuisce a prevenire perdite, migliorare l’accesso al credito e rendere le imprese più resilienti in contesti complessi.

Alla luce di queste evidenze, il vero rischio non è investire nella sostenibilità, ma ignorarla.

1 Cfr. WBA & UNDP, Human Rights and Competitiveness: Dispelling the Myth of a Trade-Off, novembre 2024. Disponibile all’indirizzo: https://www.undp.org/publications/human-rights-vs-competitiveness-false-dilemma (Consultato a gennaio 2026).

2 Cfr. Ivi, cap. 3.

3 Cfr. Ivi, cap. 4.

4 Cfr. International Organisation of Employers, A Step-by-Step Approach for Companies of all Sizes to Implement Human Rights Due Diligence for Responsible Business Conduct, novembre 2025. Disponibile all’indirizzo: https://www.ioe-emp.org/news/details/new-practical-guide-on-human-rights-due-diligence-for-responsible-business-conduct-implementation (consultato a gennaio 2026).

5 L’ILO è un’organizzazione internazionale composta da rappresentanti dei datori di lavoro, dei sindacati dei lavoratori e dei governi, ed ha il compito di emanare standard e convenzioni in materia di lavoro e relazioni industriali, oltre ad attività di studio e ricerca.

6 Cfr. International Labour Organization; International Organisation of Employers, Combating Forced Labour: A Handbook for Employers and Business, novembre 2024, p. 10. Disponibile all’indirizzo: https://www.ilo.org/publications/combating-forced-labour-handbook-employers-and-business-1 (consultato a gennaio 2026).

7 Rischio di credito: indica la probabilità che un’impresa o un soggetto finanziato non sia in grado di rispettare, in tutto o in parte, gli impegni di pagamento assunti nei confronti di banche o altri finanziatori. È uno dei principali fattori considerati da banche e intermediari finanziari nella concessione del credito e nella determinazione delle condizioni di finanziamento; Default: indica una situazione di inadempienza rilevante e protratta nei pagamenti (ad esempio rate non pagate o sconfini continuativi), che segnala una condizione di difficoltà finanziaria. Il default non coincide necessariamente con il fallimento o con l’insolvenza legale, ma rappresenta spesso un indicatore anticipatore di crisi.

8 Cfr. CRIF, ESG Outlook 2025, novembre 2025, p. 31. Disponibile all’indirizzo: https://www.crif.it/ricerche-e-academy/ricerche/market-outlook/esg-outlook-2025-sostenibilita-imprese-italiane/ (consultato a gennaio 2026).

9 Cfr. Ivi, p. 32.

10 Cfr. Ivi, p. 30.

11 Cfr. Ivi, pp. 30-32.

12 Cfr. Ivi, p. 7; pp. 29-30.

13 Banca Centrale Europea, Opinion CON/2025/10 on sustainability reporting and due diligence, BCE, 8 maggio 2025. Disponibile all’indirizzo: https://eur-lex.europa.eu/eli/C/2025/3667/oj/eng/pdf (consultato a gennaio 2026).

14 Cfr. Ibidem.

15 Cfr. IOE, A Step-by-Step Approach for Companies of all Sizes, 2025, cit. e, ILO-IOE, Combating Forced Labour, 2025, cit.

16 Si vedano in particolare i link presenti in ogni paragrafo della Guida pratica alla due diligence IOE e l’ultimo capitolo della guida stessa.

17 Cfr. KPMG, Future of Supply Chain, 2023. Disponibile all’indirizzo: https://kpmg.com/xx/en/our-insights/operations/the-future-of-supply-chain.html (consultato a gennaio 2026).

18 Cfr. Parlamento europeo, Simplified sustainability reporting and due diligence rules for businesses, comunicato stampa 11 dicembre 2025. Disponibile all’indirizzo: https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20251211IPR32164/simplified-sustainability-reporting-and-due-diligence-rules-for-businesses (consultato a gennaio 2026).

19 Per un approfondimento sulla proposta originaria si veda anche il precedente articolo dell’autore Gabriele Turco, La semplificazione della sostenibilità nell’Unione Europea: i pacchetti Omnibus e la “Stop the Clock Directive”, LunHub, 1 maggio 2025, superato dalle disposizioni approvate a dicembre 2025.

20 Cfr. ESG News, Global ESG Regulation Increases By 155% Over The Past Decade, 20 giugno 2023. Disponibile all’indirizzo: https://esgnews.com/global-esg-regulation-increases-by-155-over-the-past-decade/ (consultato a gennaio 2026).

Gabriele Turco

Gabriele Turco è appassionato, auditor e consulente in sostenibilità e cambiamento climatico. Si occupa di supporto ESG (Environmental, Social, Governance), audit e sistemi di gestione, con un’attenzione particolare ai diritti dei lavoratori e alla responsabilità sociale d’impresa. Crede in un cambiamento concreto, partecipato e giusto per tutte e tutti.

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