In Italia, parlare di fallimento imprenditoriale è ancora oggi un argomento delicato. Mentre in molti Paesi il fallimento viene visto come tappa fisiologica del percorso di crescita personale e professionale, nella cultura italiana – endemicamente più avversa al rischio – persiste una certa reticenza ad accettarlo come esperienza formativa. Indicativo è uno studio della Commissione Europea secondo cui l’Italia è uno dei Paesi in cui gli imprenditori sono più preoccupati dalle conseguenze sociali ed economiche del fallimento – in misura decisamente maggiore rispetto alla media europea
Eppure, qualcosa sta cambiando. L’ecosistema delle start-up, più esposto alla sperimentazione e al rischio, sta contribuendo a modificare la percezione del fallimento, almeno in parte.
Fallire: uno stigma o un’opportunità per ricominciare?
Nel linguaggio comune italiano, “fallire” è spesso sinonimo di sconfitta, incapacità, vergogna. Il fallimento di un’impresa può avere conseguenze reputazionali pesanti, soprattutto in contesti tradizionali. A differenza degli Stati Uniti, dove i founder che hanno esperienze di fallimento vengono spesso ricercati per il loro vissuto “sul campo”, in Italia chi ha chiuso una start-up incontra ancora diffidenza da parte di investitori, banche e persino familiari.
Questo clima culturale ha storicamente frenato la nascita di nuove imprese. Se il prezzo dell’errore è troppo alto, il rischio non viene corso. E senza rischio, non può esserci vera innovazione[1].
Negli ultimi dieci anni, però, fortunatamente l’ambiente delle start-up italiane ha iniziato a sviluppare una sensibilità diversa. Il contatto con incubatori, acceleratori, investitori internazionali e percorsi di formazione imprenditoriale ha introdotto nuove narrazioni: il fallimento come lezione, momento di apprendimento e tappa nella costruzione di un progetto più solido.
Sempre più eventi, come conferenze, hackathon o pitch competition, includono testimonianze di startupper che raccontano non solo i propri successi, ma anche gli errori fatti. Questo tipo di trasparenza sta aiutando a normalizzare l’idea che non tutte le imprese riescano e che da ogni esperienza si possa ripartire con maggiore consapevolezza.
Anche sul lato finanziario si osservano timidi segnali di apertura. Alcuni fondi di venture capital iniziano a valutare positivamente i profili di founder “falliti” ma con esperienza, specie se il fallimento è avvenuto in modo trasparente e con un’analisi chiara delle cause.
Tuttavia, le istituzioni restano indietro. Il fallimento giuridico — ovvero il procedimento di liquidazione o insolvenza — è ancora un percorso lungo, oneroso e stigmatizzante in Italia. Manca un quadro normativo che distingua in modo netto chi ha provato e non ce l’ha fatta con chi ha agito, invece, in modo scorretto o fraudolento[2].
Tra le nuove generazioni, soprattutto quelle che hanno vissuto esperienze formative all’estero, si registra un cambio di prospettiva. Cresce il numero di giovani imprenditori che non si spaventa davanti all’idea del fallimento, anche grazie alla magigore disponibilità di programmi di supporto e percorsi educativi sul tema del rischio.
Anche il linguaggio dei media e dei social ha un impatto importante: raccontare storie vere, con tutte le difficoltà del caso, può aiutare a costruire una narrativa più onesta e utile per chi si affaccia al mondo dell’imprenditoria.
La cultura del fallimento in Italia è ancora in evoluzione. Lo stigma esiste, ma lentamente si stanno facendo strada approcci più maturi, soprattutto all’interno dell’ecosistema start-up. Per favorire l’innovazione, sarà fondamentale continuare a educare, semplificare le normative e creare spazi sicuri dove fallire non significhi finire, ma semplicemente un modo per ripartire.
[1] https://startupgenome.com/ecosystems
[2] https://economy-finance.ec.europa.eu/document/download/e6e021ff-ff07-4a72-a072-662a050720a8_en?filename=dp182_en_0.pdf