In un’epoca di forti mutamenti economici e di crescente complessità nei mercati globali, il ruolo degli investitori istituzionali e degli operatori finanziari è sempre più centrale nel disegnare scenari di sviluppo tra presente e futuro. Per approfondire le dinamiche in atto – digitalizzazione, cambiamenti culturali e nuove sfide sociali – abbiamo avuto il piacere di intervistare la Dott.ssa Donatella Principe, Director Market and Distribution Strategy presso Fidelity International, una delle principali società di gestione patrimoniale e soluzioni di investimento a livello globale.
Con una solida esperienza maturata nel settore finanziario e una visione ampia dei trend che stanno plasmando l’economia contemporanea, la Dott.ssa Principe ha condiviso con noi riflessioni preziose su temi cruciali come il rapporto tra risparmio e fiducia, l’evoluzione del ruolo del consulente, la partecipazione femminile nei centri decisionali e le competenze chiave richieste ai giovani professionisti di domani.
Un confronto denso di spunti, che offre chiavi di lettura utili per comprendere meglio le dinamiche del presente e orientarsi nel cambiamento che sta caratterizzando il mondo della finanza e dell’economia globale.
Nel suo percorso professionale ha ricoperto ruoli di rilievo nel mondo della finanza. C’è stato un momento preciso che ha segnato la sua decisione di intraprendere questa carriera?
Da amante della cultura classica ero destinata a tutta un’altra carriera, partendo da una laurea in lettere antiche. Poi all’ultimo anno di liceo mi è capitato tra le mani Quark Economia, il saggio che Piero Angela scrisse con grandi economisti italiani, come Silos Labini e Modigliani. È stata una folgorazione. Ho abbandonato l’idea di una laurea in lettere antiche alla normale di Pisa e ho sostenuto il test per entrare in Bocconi. Una decisione che non ho mai rimpianto. Ha cambiato la mia vita e in meglio. Ho dovuto lavorare con abnegazione, ma in cambio ho avuto una vita lavorativa ricca di soddisfazione ogni giorno. Non ho però mai messo di amare la cultura, classica e non. Occupandomi molto di comunicazione economica ho trovato il modo di far convivere le mie due anime: spunti letterari, ma anche cinematografici e artistici in senso generale fanno tutti parte del mio “lessico finanziario”.
Fidelity International è attiva in numerosi mercati a livello globale. A suo avviso, quali sono le principali peculiarità degli investitori italiani e quali ostacoli frenano ancora, secondo lei, molti risparmiatori in Italia dall’affidarsi con maggiore fiducia ai mercati finanziari, soprattutto quando si parla di investimenti di lungo periodo?
Gli italiani sono in generale investitori molto prudenti, dedicano in media pochissimo tempo alla gestione delle loro finanze e si caratterizzano per un livello molto basso di competenze economiche anche di base. Questo li porta a comportamenti spesso poco virtuosi nella gestione del risparmio: dalla mancanza di pianificazione a scelte sub-ottimale, come l’eccesso di concentrazione sul debito pubblico italiano.
Molto se non tutto si può ricollegare all’analfabetismo finanziario degli italiani. Uno studio condotto da Ocse ha rivelato che dei 39 paesi che ne fanno parte l’Italia è al 36esimo posto per conoscenze economiche. Peggio di noi fanno solo paesi come la Cambogia e lo Yemen. Quando manca la competenza minima di base anche solo per comprendere come si calcolano gli interessi su un mutuo, non è strano che non si riescano ad apprezzare l’importanza e il ruolo dei mercati finanziari. Ma una corretta pianificazione finanziaria e gestione dei risparmi sono fondamentali per conseguire i nostri obiettivi di vita: i mercati finanziari sono un mezzo imprescindibile del processo.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a profondi cambiamenti negli equilibri dell’economia globale, con dinamiche di mercato sempre più interconnesse. In questo scenario, quali ritiene siano le trasformazioni più rilevanti che stanno ridefinendo il ruolo degli investitori istituzionali?
La maggiore novità degli ultimi anni è che stiamo assistendo allo smantellamento di un sistema che ha retto per decenni l’ordine globale, se non in alcuni casi dalla Seconda Guerra Mondiale. E questo influenza l’andamento dei mercati finanziari. Se tra i maggiori risultati della globalizzazione c’è stata l’emersione del gigante cinese, tra le principali conseguenze della de-globalizzazione c’è la desincronizzazione dei cicli economici. L’antagonismo economico, che vede nella guerra commerciale una delle esternazioni più evidenti, ha portato alla militarizzazione di molte variabili economiche, con conseguenze che arrivano fino alla progressiva de-dollarizzazione del sistema economico mondiale. Ovviamente dietro questo fenomeno epocale ci sono anche altri fattori secolari, come l’esplosione del debito americano; parte di un più generale innalzamento della leva finanziaria globale. Una delle conseguenze è il cambio di comportamento di asset class come i bond governativi e la loro relazione con i risky assets. Questo rappresenta una nuova sfida nella costruzione di portafogli ben diversificati.
Il settore finanziario è stato a lungo dominato da figure maschili e solo oggi assistiamo a una crescente presenza femminile, anche in ruoli di leadership. Quali sono, secondo lei, le leve più efficaci per incentivare una partecipazione più ampia delle donne e ridurre il gender gap nei ruoli decisionali?
La ricetta è nota nella sua semplicità ma ancora oggi di difficile attuazione. Il primo pilastro dovrebbe essere quello della meritocrazia, che premia a prescindere dal sesso. Un altro elemento, non disconnesso dal primo, è rimuovere quegli ostacoli che tendono a scoraggiare una donna durante la sua carriera: compensi non adeguati agli sforzi richiesti, obbligo di essere sempre perfette non come punto di arrivo ma di partenza, mancanza di sufficienti figure di riferimento femminili ai vertici delle aziende che creino la convinzione che un percorso di successo sia possibile. Senza voler fare polemica, mi sento anche di citare come ostacolo le finte attività aziendali di Diversity&Inclusion fatte solo per pinkification: niente scoraggia di più di un’aspettativa tradita.
L’alfabetizzazione finanziaria è diventata un tema sempre più centrale, specie in un’epoca di trasformazioni economiche e digitali. Quanto è importante, secondo lei, diffondere una cultura del risparmio e dell’investimento che aiuti le nuove generazioni a orientarsi tra rischi e opportunità?
Come in ogni aspetto della vita di una persona, senza conoscenza non c’è pienezza di status. L’economia pervade ogni aspetto della nostra vita ed è fondamentale per comprendere la realtà e fare scelte consapevoli come cittadino, consumatore, risparmiatore e investitore. Le sfide aumentano. Stiamo entrando in una fase strutturale d’inflazione più elevata, con la necessità più che mai di tutelare il potere d’acquisto del nostro denaro. In Italia abbiamo un’economia stagnante da anni, che ha portato come conseguenza un freno ai salari e la crescita del lavoro povero. I mercati finanziari diventano uno strumento imprescindibile della più generale generazione di ricchezza. Inoltre, oggi siamo di fronte a sfide epocali come quelle della longevità, con il rischio di sopravvivere ai nostri risparmi. Quindi quello delle competenze finanziarie è un problema che riguarda tutti: giovani e meno giovani. Scoraggia sapere però che nella citata classifica dell’Ocse i giovani italiani facciano peggio della media del paese, scendendo al 38esimo posto su 39. Hanno sempre in mano uno smartphone che dà accesso a più conoscenza di quanta ve ne fosse in tutta la biblioteca di Alessandria, ma trascurano competenze imprescindibili per qualunque progetto di vita. L’economia dovrebbe essere materia di studio obbligatoria sin dai primi cicli scolastici.
Quale consiglio darebbe a un giovane neolaureato che desidera intraprendere una carriera nel mondo degli investimenti o della consulenza finanziaria?
Il mondo del lavoro sta diventando una sfida sempre più complessa, specie per i giovani e a maggior ragione in Italia. Questo è vero in ogni settore, ma la finanza si caratterizza anche per un livello di competizione particolarmente serrato. Inoltre, il settore finanziario è uno dei più “aggredibili” da parte dell’intelligenza artificiale, che rappresenta una forma di competizione non standard ma non per questo meno sfidante: anzi! Pur non esistendo una ricetta perfetta, è certo che l’ingrediente imprescindibile per avere successo in questo settore siano le forti competenze, specie quelle non immediatamente sostituibili con l’AI. Inoltre, quello della finanza è un settore in continua evoluzione, che richiede quindi una formazione permanente: curiosità, capacità di adattamento, apertura a sempre nuove sfide sono caratteristiche imprescindibili. Infine, la finanza, che sembra il mondo dei numeri, è un settore a elevato livello di “emotività”: è molto importante avere la forza di gestire la propria e, in caso di lavoro a contatto con i clienti, la capacità di empatizzare con quella altrui.