Un trattato globale per la plastica: a che punto siamo davvero?

Un trattato globale per la plastica a che punto siamo davvero

Il mondo si trova a un bivio cruciale nella lotta all’inquinamento da plastica. Mentre proseguono a Ginevra i negoziati per un trattato internazionale giuridicamente vincolante, diverse fonti mostrano che – senza un’azione concreta – il rischio è che gli obiettivi restino sulla carta.

  1. Un trattato storico in costruzione

Dal 5 al 14 agosto 2025 si tiene a Ginevra la seconda parte della quinta sessione del Comitato intergovernativo di negoziazione (INC-5.2) per concludere un trattato globale sulla plastica. L’obiettivo è ambizioso: redigere uno strumento giuridicamente vincolante che copra l’intero ciclo di vita della plastica, dalla produzione allo smaltimento, passando per l’uso, il riciclo e il riutilizzo.[1] L’iniziativa è stata lanciata dall’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEA) e rappresenta un potenziale punto di svolta per affrontare una delle crisi ambientali più pervasive del nostro tempo.

Tuttavia, i negoziati procedono con lentezza. Questioni come il finanziamento, le responsabilità nazionali, la definizione di sostanze pericolose, la produzione sostenibile e le tempistiche stanno rallentando il processo. L’accordo su questi aspetti sarà decisivo per determinare l’efficacia del trattato.

  1. Il ruolo della cooperazione internazionale

L’esperienza recente mostra che i negoziati non bastano: servono strumenti di attuazione, risorse adeguate e cooperazione multilivello. In questo senso, l’iniziativa Global Plastic Action Partnership (GPAP), attiva in 25 Paesi e supportata dal World Economic Forum, ha offerto un modello efficace per tradurre ambizioni globali in piani d’azione nazionali.[2] I progetti locali supportati da GPAP, molti dei quali guidati da donne e giovani, dimostrano che l’innovazione sociale è un fattore chiave nella transizione verso una gestione sostenibile della plastica.

Anche la Svizzera ha assunto un ruolo di primo piano: non solo come Paese ospitante dei negoziati, ma anche come promotore attivo di un’economia circolare basata su dati e evidenze scientifiche. Il governo svizzero sostiene misure su tutta la catena del valore della plastica, dal contenimento della produzione di plastica vergine alla promozione di sistemi di riuso e riciclo.[3]

  1. Una circolarità ancora lontana

Secondo il 7° Rapporto sull’Economia Circolare in Italia, l’Unione Europea ha fissato, con il Clean Industrial Deal, l’obiettivo di raddoppiare il tasso di circolarità dei materiali entro il 2030, passando dall’attuale 11,8% al 24%.[4] In quest’ottica, il settore degli imballaggi in plastica è al centro di nuove misure europee. Il Regolamento 2025/40 introduce percentuali minime obbligatorie di plastica riciclata per diversi tipi di imballaggio: ad esempio, il 30% per le bottiglie monouso e imballaggi sensibili al contatto in PET entro tre anni e il 65% entro il 2040 per altri imballaggi. In Italia i materiali riciclati rappresentano il 20,8% del totale, con un aumento di 2 punti percentuali rispetto al 2019, uno dei risultati migliori a livello europeo.[5]

L’Italia, attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ha destinato 600 milioni di euro a progetti “faro” in quattro filiere strategiche, tra cui proprio le plastiche.[6] Tuttavia, secondo il Centro Studi Confindustria, alla fine del 2024 era stato speso meno della metà dei fondi previsti.[7]

  1. Commercio internazionale e flussi problematici

Il Rapporto OCSE 2025 sul commercio dei rifiuti plastici mostra che, dal 2014 al 2023, il volume globale degli scambi è diminuito di circa il 50%, in parte a seguito del divieto cinese alle importazioni di rifiuti plastici nel 2018 (politica “National Sword”) e dell’entrata in vigore delle modifiche alla Convenzione di Basilea e della Decisione del Consiglio dell’OCSE sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti nel 2021.[8]

Nonostante i controlli, tuttavia, i Paesi OCSE continuano a esportare rifiuti plastici – spesso di bassa qualità – verso Paesi non OCSE, in particolare in Asia sud-orientale. Nel 2023, Malesia, Vietnam e Indonesia hanno ricevuto insieme oltre 0,6 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, e le esportazioni verso questi Paesi sono cresciute del 15% rispetto all’anno precedente.[9]

  1. Plastiche e governance globale: cosa serve davvero?

I dati confermano che servono azioni più incisive. Da un lato, l’OCSE sottolinea che i rifiuti plastici esportati verso Paesi non OCSE sono spesso di qualità inferiore, sollevando dubbi sulla capacità di questi Paesi di gestirli in modo ecologicamente corretto.[10] Dall’altro, il Circular Economy Network ribadisce che occorre rafforzare i meccanismi di responsabilità estesa del produttore[11] e facilitare l’uso di materie plastiche riciclate attraverso requisiti armonizzati e semplificazioni normative.[12]

La lotta globale all’inquinamento da plastica richiede strumenti giuridici forti, ma anche investimenti strategici, cooperazione multilivello e il coinvolgimento delle comunità locali. Il trattato di Ginevra sarà efficace solo se riuscirà a riflettere questa complessità.

[1] Cfr. World Economic Forum, Why a global plastics treaty needs to move beyond negotiations to inclusive action, 6 agosto 2025. Disponibile all’indirizzo: https://www.weforum.org/agenda/2025/07/global-plastics-treaty-inclusive-action, consultato a agosto 2025.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Nel 2023 i materiali riciclati hanno soddisfatto appena l’11,8% della domanda complessiva di materiali nell’Unione europea. Il Clean Industrial Deal ha aggiornato questo obiettivo al 24%, il cui raggiungimento richiederebbe un incremento annuo di oltre 1,5 punti percentuali, ovvero il doppio dell’aumento ottenuto nell’intero ultimo decennio. Si veda: Circular Economy Network – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, 7° Rapporto sull’economia circolare in Italia – 2025, p. 58. Disponibile all’indirizzo: https://www.circulareconomynetwork.it, consultato ad agosto 2025.

[5] Ivi, p. 10.

[6] Le filiere strategiche sono: RAEE, carta e cartone, plastiche e tessili. Si veda Ivi, p. 15.

[7] Cfr. Ibidem.

[8] Cfr. OECD, Monitoring trade in plastic waste and scrap – 2025, OECD Environment Working Papers No. 259, p. 8. Disponibile all’indirizzo: https://dx.doi.org/10.1787/3ac3688c-en, consultato ad agosto 2025.

[9] Cfr. Ivi, p. 9.

[10] Cfr. Ibidem.

[11] Per regime di responsabilità estesa del produttore si intendono “una serie di misure adottate dagli Stati membri dell’UE volte ad assicurare che ai produttori di prodotti spetti la responsabilità finanziaria o la responsabilità finanziaria e organizzativa della gestione della fase del ciclo di vita in cui il prodotto diventa un rifiuto”. Secondo tale principio, i produttori sono responsabili per l’intero ciclo di vita dei prodotti che immettono sul mercato, compresa la fase post-consumo. In pratica, devono farsi carico – anche economicamente – della raccolta, del riciclo e dello smaltimento dei rifiuti generati dai loro prodotti, incentivando così la progettazione ecocompatibile e la riduzione degli sprechi. La definizione deriva dalla Direttiva (UE) 2018/851 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2018, che modifica la direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti.

[12] Cfr. Circular Economy Network – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, 7° Rapporto sull’economia circolare in Italia – 2025, cit., p. 14.

Gabriele Turco

Gabriele Turco è appassionato, auditor e consulente in sostenibilità e cambiamento climatico. Si occupa di supporto ESG (Environmental, Social, Governance), audit e sistemi di gestione, con un’attenzione particolare ai diritti dei lavoratori e alla responsabilità sociale d’impresa. Crede in un cambiamento concreto, partecipato e giusto per tutte e tutti.

One thought on “Un trattato globale per la plastica: a che punto siamo davvero?

  1. Maria Formisano

    Molto interessante, grazie Gabriele!

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