Dare forma all’arte per tutti: la rivoluzione accessibile di HEART

Dare forma all’arte per tutti: la rivoluzione accessibile di HEART

In un momento storico in cui accessibilità e inclusione sono parole chiave, HEART si distingue come un esempio virtuoso di come l’innovazione possa trasformare il modo in cui viviamo l’arte e la cultura. Ho avuto il piacere di intervistare i tre fondatori, per approfondire la missione, le sfide e i sogni futuri di questo bellissimo progetto, unico nel suo genere.

  1. HEART nasce con l’obiettivo di rendere l’esperienza artistica accessibile a tutti. Qual è stato il momento in cui avete capito che questo progetto doveva diventare realtà?

Stavamo lavorando al progetto già da qualche mese, ma un episodio particolare ci ha dato la conferma che HEART doveva diventare realtà. Durante una visita in un museo, ci siamo ritrovati accanto a una coppia: lui era non vedente, e la sua fidanzata cercava di descrivergli ogni dettaglio presente all’interno del dipinto, coinvolgendolo con passione. Quel momento ci ha toccati profondamente e ci ha fatto capire quanto fosse necessario uno strumento in grado di rendere l’esperienza culturale realmente accessibile. Un altro episodio significativo è stato l’incontro con gli studenti di una scuola superiore di Lecce. Il loro entusiasmo, le domande curiose, la voglia di partecipare ci hanno fatto capire quanto HEART possa davvero rivolgersi a tutti, superando barriere generazionali e sensoriali.

  1. Il vostro approccio fonde tecnologia, arte e inclusione. Come scegliete i musei o le opere da “trasformare” in esperienze tattili o sonore? Qual è il processo creativo e tecnico dietro ogni installazione?

La scelta dell’opera da ricreare in 3D nasce sempre da un confronto con i referenti museali e da un attento sopralluogo. I criteri di valutazione possono variare: la rilevanza storica o artistica, la presenza di dettagli particolarmente significativi. Talvolta, la scelta nasce anche da un gusto personale, purché coerente con gli obiettivi inclusivi del progetto.

Il processo tecnico inizia con la scansione dell’opera, realizzata attraverso fotogrammetria o con l’ausilio di strumenti quali drone o scanner 3D. Ottenuto il primo modello digitale, segue una fase di modellazione tridimensionale, durante la quale lavoriamo per riprodurre forme e dettagli nel modo più fedele possibile. In questa fase, l’intelligenza artificiale può rappresentare un valido supporto, ad esempio nel miglioramento dei dettagli o nella gestione delle texture. Il modello viene poi stampato, utilizzando materiali e rifiniture specifiche, che garantiscano una resa tattile piacevole. Il lavoro digitale è sempre accompagnato da una ricerca iconografica e bibliografica accurata, al fine di avere riferimenti precisi legati all’opera realizzata.

  1. Parliamo di innovazione sociale: come avete bilanciato l’ambizione tecnologica con la necessità di creare un impatto reale e concreto sulle persone con disabilità sensoriali?

L’equilibrio tra innovazione tecnologica e impatto sociale è stato uno degli aspetti più delicati del progetto. L’innovazione tecnologica ha senso solo se risponde a bisogni reali. Per questo motivo, ogni fase del progetto è accompagnata da un dialogo costante con le persone con disabilità e con le associazioni che le rappresentano. La tecnologia per noi non è mai un fine, ma uno strumento: deve servire a semplificare, ad avvicinare, ad arricchire l’esperienza.

L’efficacia si misura nell’emozione di un bambino che esplora un’opera con le mani, nella possibilità per una persona non vedente di orientarsi autonomamente all’interno di un museo, o nella curiosità che HEART riesce a risvegliare anche nei più giovani.

  1. Cosa vi raccontano gli utenti dopo aver vissuto una visita museale con l’aiuto dell’esperienza di HEART? C’è un episodio che vi è rimasto particolarmente impresso?

Il primo evento HEART si è concluso da poco, dopo due settimane intense e ricche di emozioni. Abbiamo incontrato bambini, ragazzi, cittadini di Lecce, membri di alcune associazioni di persone disabili del territorio ma anche tanti turisti. Ognuno di loro ci ha lasciato qualcosa.

Tra i tanti momenti, ci ha colpito in modo particolare l’incontro con una ragazza non vedente di 12 anni, accompagnata dalla madre. La ragazza era desiderosa di esplorare ogni dettaglio e di lasciarsi guidare dalla traccia audio descrittiva con grande attenzione. Il suo entusiasmo ci ha profondamente emozionati. Un altro momento prezioso è stato il confronto con gli studenti di alcune scuole elementari di Lecce: il loro entusiasmo, la spontaneità, la capacità di usare l’immaginazione ci hanno ricordato quanto sia potente l’arte quando è accessibile davvero a tutti.

  1. Come vi suddividete il lavoro all’interno del team? Quali sono i ruoli e le competenze specifiche che ognuno di voi porta nel progetto?

Il nostro è un team multidisciplinare. Ognuno di noi contribuisce con competenze specifiche: c’è chi è specializzato nella modellazione 3D, chi si occupa della scansione delle opere, chi cura la ricerca iconografica e bibliografica. Ogni progetto è il risultato della collaborazione tra competenze diverse: tecniche, artistiche, storiche e comunicative. Il nostro obiettivo comune è restituire un’esperienza accessibile, ma anche esteticamente e culturalmente coerente con l’opera originale.

  1. In Italia, parlare di accessibilità culturale significa anche affrontare limiti strutturali e istituzionali: quali ostacoli avete incontrato e come li avete superati (o li state affrontando)?

Per noi di HEART, l’accessibilità culturale non si limita alla possibilità di entrare fisicamente in un museo. Gli ostacoli sono molteplici: strutturali, comunicativi, sensoriali, emotivi. Spesso, ad esempio, l’ingresso per le persone con disabilità è collocato in una posizione secondaria, oppure mancano rampe, montascale o segnaletica adeguata. Questi ostacoli creano un senso di esclusione ancora prima di iniziare la visita. Ma c’è anche un problema di autonomia: le persone che abbiamo incontrato ci hanno espresso il desiderio di vivere la visita senza necessariamente dipendere da un accompagnatore. Per questo, il nostro progetto include strumenti pensati per garantire autonomia e accessibilità: pannelli con colori di contrasto, etichette in braille, mappe tattili, opere da esplorare con le mani. HEART nasce come strumento per abbattere le barriere, fisiche e culturali, e coinvolgere anche le nuove generazioni, spesso distanti dal mondo museale.

  1. Guardando al futuro: come immaginate HEART tra cinque anni? Quali nuove tecnologie o ambiti culturali vorreste esplorare?

Il nostro obiettivo è far crescere il progetto e portarlo in sempre più musei, scuole e luoghi della cultura. Finora ci siamo concentrati sulle disabilità visive e motorie, perché ciascun ambito richiede uno studio approfondito. In futuro vogliamo estendere il progetto anche ad altre disabilità, come quella uditiva e cognitive, lavorando in sinergia con esperti del settore. Per farlo, sarà necessario uno studio approfondito, ma crediamo che sia un passo fondamentale.

Dal punto di vista tecnologico, continueremo a esplorare nuove frontiere ed è necessario guardare con interesse allo sviluppo di nuove tecnologie. HEART è un progetto in movimento, e continuerà a evolversi, guidato sempre da un principio: rendere l’arte un’esperienza accessibile, inclusiva e viva per tutti.

Mario Nocera

Sono un imprenditore appassionato di comunicazione e crede fortemente nella forza delle idee che hanno coraggio. Nel 2023 ho fondato Lunhub per dare spazio a storie che parlano di innovazione, impresa, ambiente e territorio, con uno sguardo contemporaneo e autentico. Credo che raccontare ciò che funziona – e ciò che cambia – sia un modo per generare ispirazione, cultura e connessioni reali. Con LunHub cerchiamo di costruire un ponte tra visione e realtà, valorizzando chi ogni giorno lavora per trasformare l’Italia e il mondo in un posto più coraggioso, sostenibile e aperto al futuro.

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