Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, si è riaperta una stagione di forte discontinuità nelle politiche commerciali globali. Fedelmente al proprio approccio “America First”, il nuovo presidente degli Stati Uniti ha reintrodotto una serie di dazi su beni importati dalla Cina e da alcuni Paesi europei, rilanciando una guerra commerciale che coinvolge intere filiere industriali, soprattutto nei settori automobilistico, tecnologico e manifatturiero. L’Unione Europea, principale partner commerciale degli Stati Uniti, è tra i soggetti più esposti. In questo contesto, il mondo produttivo e le istituzioni si interrogano su come rispondere a uno scenario caratterizzato da crescente protezionismo, volatilità normativa e incertezza geopolitica. Una delle leve strategiche più interessanti – benché ancora in fase embrionale – è rappresentata dalla blockchain, ovvero la tecnologia dei registri distribuiti che promette maggiore trasparenza, tracciabilità e resilienza per le catene del valore globali. A partire da febbraio 2025, l’amministrazione Trump ha annunciato una serie di misure tariffarie aggressive, tra cui:
- Dazi fino al60% su una vasta gamma di prodotti cinesi (elettronica, semiconduttori, materiali industriali);
- Tariffe fino al 100% sulle automobili europee, con particolare riferimento alla Germania e all’Italia;
- L’imposizione di nuove barriere non tariffarie, come quote e requisiti di contenuto nazionale.
Tali misure mirano, secondo le dichiarazioni ufficiali, a correggere gli squilibri commerciali e a rilocalizzare la produzione industriale negli Stati Uniti. Tuttavia, molti analisti ritengono che gli effetti principali saranno un aumento dell’inflazione interna, il rallentamento delle catene del valore globali e un acuirsi delle tensioni geopolitiche[1]. L’introduzione di dazi non è solo una questione di politica estera o di macroeconomia: essa tocca nel concreto la struttura operativa delle imprese. Oggi, i prodotti industriali sono raramente il frutto di una produzione unitaria e nazionale: vengono invece assemblati tramite componenti e semilavorati provenienti da diversi Paesi, spesso soggetti a regimi doganali differenti. In questo contesto, la determinazione dell’origine doganale di un prodotto è cruciale. I dazi vengono applicati in base alla regola dell’”origine preferenziale” o “non preferenziale”, stabilita secondo criteri internazionali (es. il Codice doganale dell’Unione o le regole della WTO). Tuttavia, nella pratica, dimostrare la provenienza effettiva dei materiali e il grado di trasformazione avvenuto in ciascun Paese è estremamente complesso, soprattutto se i dati non sono integrati tra fornitori, produttori e autorità doganali. Ecco perché, in questo scenario, la blockchain è un’architettura di fiducia distribuita. Si tratta, di una tecnologia basata su un registro digitale distribuito, immutabile e trasparente. Ogni transazione viene validata attraverso un meccanismo di consenso, crittografata e inserita in blocchi concatenati in modo cronologico. Una volta registrata, l’informazione non può essere modificata né eliminata, rendendo il sistema ideale per tracciare e certificare processi complessi e multilivello. Nel contesto commerciale e industriale, le applicazioni principali sono:
- Tracciabilità della filiera: ogni passaggio produttivo viene registrato con timestamp e metadati.
- Certificazione dell’origine: i certificati di origine possono essere digitalizzati e firmati tramite blockchain.
- Smart contract: clausole contrattuali automatiche possono regolare consegne, verifiche doganali e pagamenti in base a condizioni predefinite.
Tali strumenti, se integrati in modo efficace, consentono a un’azienda europea di dimostrare con precisione e rapidità che il proprio prodotto non rientra tra quelli soggetti ai dazi statunitensi.
Numerosi progetti pilota e applicazioni operative sono già in corso:
- IBM Food Truste TradeLens (oggi chiusa), hanno mostrato come la blockchain può essere utilizzata per tracciare spedizioni e processi doganali[2].
- VeChain, piattaforma pubblica, lavora con partner industriali per certificare l’origine dei beni, in particolare nei settori lusso, alimentare e sanitario.
- Ilporto di Rotterdam ha sperimentato sistemi basati su blockchain per la gestione automatica delle dichiarazioni doganali e la sincronizzazione documentale.
- La Commissione Europea ha avviato studi nell’ambito del programmaEU Blockchain Observatory and Forum, valutando l’uso delle DLT (Distributed Ledger Technologies) per la digitalizzazione doganale e la gestione dei flussi commerciali interni ed esterni[3].
Potremmo definire la blockchain come uno strumento di resilienza commerciale da adottare come policy, in quanto l’adozione della blockchain può migliorare significativamente la trasparenza nelle relazioni commerciali, riducendo il rischio di frodi doganali, errori nei certificati d’origine e controversie sui dazi. Una politica industriale orientata alla interoperabilità tra sistemi digitali (tra Unione Europea, Stati Uniti e Asia) rappresenta una delle principali sfide del decennio. I governi potrebbero introdurre incentivi fiscali per le imprese che adottano tecnologie di tracciabilità a norma blockchain, specie nei settori a rischio dazio. Allo stesso tempo, è necessaria una regolamentazione chiara che riconosca validità legale ai certificati digitali emessi tramite registri distribuiti. La blockchain richiede una governance condivisa. I progetti di tracciabilità più efficaci sono quelli in cui autorità doganali, enti di certificazione, operatori logistici e imprese private collaborano all’interno di consorzi o sandbox regolamentari. Rilevante è anche il tema della standardizzazione internazionale: la WTO e l’OMD (Organizzazione Mondiale delle Dogane) dovrebbero promuovere standard tecnici comuni per l’utilizzo della blockchain nel commercio internazionale, così da evitare frammentazioni e incompatibilità tra sistemi.
La blockchain non è una soluzione miracolosa. I suoi limiti principali includono:
- Affidabilità dei dati in ingresso: se un’informazione inserita è falsa, la blockchain la conserva inalterata ma sbagliata. Si parla di garbage in, garbage out.
- Costi di implementazione: molte PMI non hanno le risorse per adottare soluzioni avanzate.
- Sovrapposizione normativa: i quadri giuridici nazionali non sempre riconoscono il valore probatorio dei registri digitali distribuiti.
- Rischio di monopolio informativo: se il controllo della blockchain è nelle mani di pochi soggetti, si perde il principio della decentralizzazione.
Anche con i suoi limiti è necessario dirigersi verso una politica commerciale tecnologicamente attrezzata in quanto l’impatto della nuova amministrazione Trump sulle relazioni commerciali globali non sarà effimero. In un mondo in cui le guerre commerciali sono sempre più frequenti e tecnologiche, la blockchain può rappresentare una risorsa strategica per mitigare gli effetti di misure tariffarie punitive e rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento. Tuttavia, perché questo scenario si realizzi, è necessario che le istituzioni pubbliche e gli attori privati superino la fase sperimentale e costruiscano un’infrastruttura digitale condivisa, aperta, interoperabile e legalmente riconosciuta. Solo in questo modo la tecnologia potrà trasformarsi da semplice strumento a leva di politica commerciale attiva.
[1] Council on Foreign Relations, The Return of Tariffs: U.S. Trade Policy under Trump 2.0, Policy Brief, 2025.
[2] IBM, Blockchain in Supply Chains: Case Studies from IBM Food Trust and TradeLens, White Paper, 2023.
[3] European Commission, Blockchain for Trade and Customs: EU Initiatives and Pilot Projects, EU Blockchain Observatory and Forum, Report 2024.